La scala elicoidale di Bernini in Santa Maria Maggiore a Roma
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scala elicoidale di Bernini

La scala elicoidale di Bernini in Santa Maria Maggiore a Roma

di Claudia Viggiani

La scala elicoidale “di Bernini” in Santa Maria Maggiore a Roma fu realizzata molto probabilmente all’inizio del Seicento da Flaminio Ponzio, l’architetto di papa Paolo V Borghese, che progettò la ricostruzione del palazzo posto a destra della basilica.
Dalla biografia di Ponzio, nato a Viggiù, vicino Varese, nel 1561, e formatosi presso il suo parente Martino Longhi il Vecchio, con il quale presumibilmente venne a Roma prima del 1585, sappiamo che egli realizzò il progetto sia della Cappella Paolina in Santa Maria Maggiore, la cui costruzione gli fu affidata da Paolo V il 9 agosto 1605, subito dopo la sua elezione al soglio pontificio, sia del corpo di fabbrica che inglobava, al piano terra, la nuova Sacrestia, il Battistero, la Sacrestia dei Canonici, la Sacrestia dei Beneficiati, l’Aula Capitolare e la “Stanza del Lavamani”.

scala elicoidale di Bernini

P. De Angelis: Basilicae S. Mariae Maioris de Urbe a Liberio Papa I usque ad Paulum V Pont. Max. Descriptio et Delineato, Roma 1621, p.94.

Giovanni Baglione, storiografo contemporaneo al Ponzio, racconta che Flaminio servì papa Paolo V Borghese “in tutte le fabbriche” e che queste furono portate a termine “con ogni ingegnosa maestria et eccellenza” (Cfr. Giovanni Baglione, Le vite de’ pittori, scultori et architetti : dal pontificato di Gregorio XIII del 1572 in fino a’ tempi di Papa Urbano Ottavo nel 1642).
L’elegante scala a chiocciola fece quindi parte di un ampio progetto che vide l’architetto del papa impegnato per molti anni, fino alla sua morte avvenuta nel 1613, alla costruzione di un vero e proprio palazzo, su cinque piani, destinato ai Canonici della basilica.

scala elicoidale di Bernini

Flaminio Ponzio, Scala elicoidale, ante 1613, Complesso della Basilica di Santa Maria Maggiore, Roma

La rampa non si discosta dai prototipi antichi, medievali, rivisitati nel Quattrocento e nel Cinquecento né tantomeno dai princìpi enunciati nei trattati e nelle teorie dell’architettura del Rinascimento, da Serlio a Palladio, o Leon Battista Alberti, che sosteneva che “si debbano lasciare Sfiatatoi aperti nelle mura grosse” in modo che gli “antichi in certi luoghi simili, si per amor di questa istessa cosa, si ancora per la commodità, acciò si potesse salire da basso ad alto dell’edificio, e forse ancora per ispendere manco, vi facevano entro una scala a chiocciola” (Trattato sull’architettura, 1450-1472).
La scala a spirale di Ponzio è ricavata nello spessore del muro ed utilizzata per collegare i cinque livelli del nuovo palazzo voluto dal papa Borghese. Parte dal piano terra, da un vano stretto tra quelli delle sacrestie e prosegue il suo percorso fino agli ultimi piani destinati a residenza del pontefice e della sua corte. Un cammino lungo e privato, che collega la terra al cielo, il buio alla luce, passando per l’appartamento pontificio tempestato degli stemmi della famiglia del papa Borghese.
La scala ha una pianta circolare e un asse centrale in travertino, ancorato al blocco di fondazione, intorno al quale sono posizionati i gradini di forma triangolare/trapezoidale, anch’essi di travertino. Ha una piccola tromba aperta e una ringhiera metallica costituita da montanti di ferro impiombati negli scalini, come era già stato realizzato nelle scale elicoidali di Luciano Laurana ad Urbino e di Baccio Pontelli nella Rocca di Senigallia e nel Palazzo Apostolico in Vaticano.
La scala di Santa Maria Maggiore si snoda intorno al vuoto, aggrappata con grande leggerezza al muro e avvitandosi su sé stessa, come un’elica. La sua forma a spirale, ricorda una conchiglia stilizzata e le sue linee seguono un’interrotta direzione ascendente.
La grande raffinatezza esecutiva rimanda allo stile di Ponzio, architetto di transizione, con una concezione spaziale ancora tardo rinascimentale ma aperto a nuove soluzioni architettoniche, fluide e modulate, e ad una ricerca decorativa che prelude ad alcuni aspetti dell’arte barocca.

scala elicoidale di Bernini

Perisphinctes, mollusco cefalopodo, Ammonite, vissuto nel Giurassico superiore circa 172-149 milioni di anni fa

Il nesso tra natura e architettura tipico dell’arte italiana, si evidenzia nella forma della scala a chiocciola e nel suo archetipo ispiratore, il Perisphinctes, mollusco cefalopodo vissuto nel Giurassico superiore circa 172-149 milioni di anni fa e noto attraverso i fossili presenti in tutto il mondo. Detti anche Ammoniti, dal corno della divinità egiziana Ammone, questi molluschi possedevano una conchiglia calcarea solitamente avvolta a spirale in un piano e, più raramente, a chiocciola.
Giordano Bruno, che morì a Roma nel 1600, disse “La natura in eterno crea, senza accrescere o diminuire la sua capacità. L’anima è a ciascuno intima forza plasmatrice ed essa stessa come materia determina se stessa dall’interno, come la chiocciola per un proprio impulso si allunga, si agglomera su se stessa in una massa compatta e non offre così alcuna immagine di sé, ma tosto fa rispuntare sulla fronte le piccole corna, fa emergere la testa, si fa vedere e si mostra nella forma di un verme, dopo aver allungato l’agile corpo, quasi sgomitolandolo dal centro. Così lo spirito artefice del seme, che muove dal profondo centro, la natura efficiente, l’artefice della materia presente, il trascinatore, il modellatore, l’ordinatore non sono altro che l’intimo motore.” (Sull’immenso e gli innumerabili, 1591).

La lunga e insidiosa scala a chiocciola può così simboleggiare il cammino verso il cielo, l’elevazione dell’essere umano e l’ascensione che lo stesso compie, non in verticale, seguendo la direzione dell’asse delle scale a pioli, ma in orizzontale, adeguandosi alle curve di una via che con difficoltà lo condurrà in alto.

© 2016, Claudia Viggiani. All rights reserved.

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